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Quando si sente nominare la cornamusa, il più delle volte, la nostra immaginazione viene trasportata direttamente in Scozia, al cospetto di rudi guerrieri in kilt pronti a lanciarsi nel vivo della battaglia suonando i loro fragorosi strumenti. In realtà l’attuale cornamusa scozzese, nota col nome di Great Highland Bagpipe o Piob Mhor, ha poco più di cent’anni ed è solo l’ultima evoluzione di uno strumento diffuso dall’Asia alla penisola Iberica sin dai tempi più antichi.

Molte volte si è tentato di circoscrivere una zona d’origine di questo strumento ma crediamo che ne esistano più d’una. Le infinite tipologie di cornamuse che conosciamo, devono essersi sviluppate in modo parallelo, in diverse culture, come evoluzione di strumenti primitivi. Esistono, infatti, numerosi documenti che attestano l’esistenza di strumenti ad ancia (sprovvisti di sacca) in uso nel bacino del Mediterraneo sin dal III millennio a.C. I più conosciuti sono gli auloi greci e le tibiae romane.

Questi strumenti, usati singolarmente o in coppia, venivano suonati direttamente con la bocca, utilizzando una complessa tecnica, detta respirazione circolare, che permetteva l’emissione di un suono continuo.

Forse, furono proprio la difficoltà e lo sforzo richiesti a spingere alcuni musicisti all’introduzione di una sacca come riserva d’aria. Comunque, che sia stata questa la causa o altre, di sicuro sappiamo che, a un certo punto, questi bizzarri strumenti musicali, cominciarono ad apparire.

Le prime testimonianze sono piuttosto rare ed enigmatiche: il commediografo greco Aristofane (445-385 a.C.) si riferisce, sia in “Lisistrata” che ne’ “Gli Acarnesi”, a degli strani strumenti che potrebbero ricordare delle cornamuse; Svetonio (70-140 d.C.), trattando della vita di Nerone, definisce quest’ultimo come «utricularius», riferendosi probabilmente alla sua abilità nel suonare uno strumento dotato di una riserva d’aria.

Una descrizione più convincente ci viene regalata dall’oratore greco Dione Crisostomo (40-120 d.C.) il quale, in una delle sue orazioni, forse sempre a proposito di Nerone, dice: «narrano che sappia scrivere, scolpire,  suonare l’aulos sia con la bocca si per mezzo dell’ascella, ponendo sotto quest’ultima una sacca che utilizza per evitare di sfigurarsi come Atena».

Oltre a queste occorrenze, è giunta fino a noi un'importantissima testimonianza reperibile in una lettera apocrifa di San Gerolamo a Dardano (risalente al IX secolo): «il chorus è una semplice pelle con due canne d'ottone: in una di esse s'insuffla l'aria e il suono viene emesso dall'altra».

Un altro vago riferimento appare in uno scritto di Avicenna ma, per il resto, i richiami a strumenti sul tipo della cornamusa rimangono rari e imprecisi fino al XII secolo.

Evidentemente non capitava spesso di vederne e sentirne e molto probabilmente furono sempre considerati strumenti di rango inferiore e adatti più ai mendicanti che ai veri musicisti.

Il XII secolo vede un cambiamento di tendenza e diversi tipi di cornamusa cominciarono ad essere descritti, scolpiti e ritratti, segno che questo strumento, con tutte le sue infinite variazioni, stava cominciando a prendere piede e a diffondersi in tutta Europa.

Le Cantigas de Santa Maria, una raccolta di canti in lode della Vergine voluta da Alfonso X “il Saggio” nel XIII secolo, ci regalano, con le loro miniature, alcuni esempi di strumenti in uso durante il periodo medievale.

Molti documenti medievali mostrano cornamuse prive di bordoni ma rapidamente, questo nuovo componente, cominciò ad essere aggiunto allo strumento conferendo quell’accompagnamento armonico che sarà una delle caratteristiche fondamentali della cornamusa sino ai giorni nostri.

Purtroppo, il fatto che non siano giunte a noi cornamuse o frammenti di cornamusa d’epoca medievale, c’impedisce di sapere come effettivamente venissero costruite e quale fosse il loro suono. Comunque, allora come oggi, non esisteva “la cornamusa” ma sicuramente esistevano diverse cornamuse e ognuna dotata di un suono proprio e di caratteristiche costruttive ben differenti.

Gli strumenti che noi usiamo sono quindi un tentativo di ricostruzione, basato su evidenze di tipo iconografico e per comparazione con i modelli di cornamusa tradizionali ancora in uso in diversi paesi del continente europeo.

Reinventare il Medioevo è un compito che spetta a tutti coloro che si occupano e s’interessano di rievocazione e ricostruzione storica, a patto che venga fatto con la giusta dose di studio, di consapevolezza e di onestà.